A raw, industrial performance shaped by pressure and contrast. Electronics emphasize grain and texture, guitars expand into metallic resonance, and silence becomes a structural element. Mao Livehouse's concrete density becomes part of the sound itself.
Corallo tiene una linea coerente e ci resta dentro anche nei live. Il concerto procede per scarti improvvisi, cambi d’umore, aperture e chiusure secche. La chitarra apre, l’elettronica entra ed esce senza continuità, la voce attraversa tutto restando esposta, nuda, distante.
La band suona con complicità, l'atmosfera è decisamente dark.
Erase her name è ipnotica nella versione acustica, qui si sente l'emozione, finalmente. Nei brani più diretti, quelli punk (Pandemia) e dance (incredibile My guitar in the Orchestra proposta quasi come una tarantella elettronica), il pubblico entra in gioco, con un coinvolgimento più fisico, che contrasta con le altre parti più trattenute del set.
Si esce appagati ma leggermente storditi. Ma soprattutto rimane un’immagine: la gabbia di Non si vede. Una frase che torna da sola, a casa, quando si spegne la luce: “Vivo in una gabbia che non si vede…”, urlo educato e disperato, dal vivo è un pugno.
Piergiorgio Corallo è il rock fragile; resta addosso, proprio quando non ci pensiamo più